PIETRO DI GENNARO

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Operaio informatico dalla prima metà degli anni 80’ ad oggi, è nato nel 1966 a Salerno. Dal 1999 è assistente tecnico presso il Dipartimento di Fisica “E.R. Caianiello” dell’Università degli Studi di Salerno. Da oltre 20 anni segue e lavora con passione su prodotti e tecnologie di Apple Computer, con particolare attenzione agli sviluppi dei sistemi informativi in ambito collaborativo di workgroup locale e geografico. Dal 1996 al 1999 collabora con il mensile “Applicando” (rivista specializzata di informatica per Macintosh) del gruppo editoriale JCE di Milano con articoli dedicati al networking (TCP/IP, ISDN e linee dedicate, FastEthernet, videoconferenza, Internet, etc...). Dal 1997 al 1999 è amministratore di sistema presso l’I.I.A.S.S (Istituto Internazionale per gli Alti Studi Scientifici) di Vietri sul Mare (SA). Dal 2004 è sindacalista delle RdB-CUB Pubblico Impiego. Interessandosi di diritto alla salute nel lavoro, nel 2006 si avvicina alle nanotecnologie aderendo alle campagne “ferramenta ambulante” e “ricerca imbavagliata” di Beppe Grillo che oggi critica sostenendo la necessità di ricerche pubbliche concorrenti contro ogni possibile conflitto d’interesse privato.
“L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande sono gli orizzonti che si fondono nell’eccellenza della ricerca scientifica come limiti impropri che confinano ogni realtà tangibile, ogni progresso”.
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venerdì, 27 luglio 2007

universita
 Si è conclusa nella farsa la "trattativa" sull'abolizione dello scalone pensionistico introdotto da Maroni. Governo da una parte e Confederali dall'altra hanno risolto il terribile dilemma dello scalone pensionistico... lasciando le cose come stanno, anzi in alcuni casi addirittura peggiorandolo.... sic !

Tutta l'operazione contabile, che porterà ad aumentare i contributi per avere pensioni più basse, è stata fatta a costo zero, con i fondi previdenziali: il solito gioco delle tre carte. In previsione della Riforma, i Sindacati Confederali - presi dalla sindrome del "governo amico" - non hanno indetto un'ora di sciopero. Non hanno chiamato i lavoratori a prendere posizione con le assemblee, con le iniziative per promuovere il conflitto. Hanno impedito quel protagonismo sociale diffuso che, almeno, in passato è servito a limitare i danni.

Di fronte alle perplessità dell'opinione pubblica, i Sindacati Confederali hanno dichiarato in TV che consulteranno i loro iscritti. Già qualcuno si sbraccia a "rivendicare" la loro democratica ma irresponsabile concertazione governativa gettando una pesante ipoteca su un istituto fondamentale come il referendum tra i lavoratori. Allora è bene fare il punto. La campagna di attacco alle pensioni pubbliche, ormai ventennale, ha mistificato uno per uno tutti i dati: non è vero che l'Italia è il paese dove si va in pensione prima, non è vero che i trattamenti pensionistici italiani sono "generosi", non è vero che i conti dell'Inps sono in deficit, è assolutamente ridicola ogni previsione di qui a 50 anni di "gobbe pensionistiche", i patti generazionali sono stati cancellati dalla "riforme pensionistiche", non è affatto vero che aderendo ai fondi complementari ci si garantisce il futuro...

Tutto ciò è stato ampiamente dimostrato da una schiera di studiosi, ma non è servito !

Perché ?


Molto semplicemente e banalmente perché l'interesse a ridurre i trattamenti pensionistici pubblici (attraverso l'introduzione degli scalini che sono solo uno scalone diluito in pochi anni e ancora di più con l'aggiornamento dei coefficienti che abbasseranno i rendimenti pensionistici) coinvolge tutti i poteri a cui servono:

1) produrre risparmi per finanziare il maledetto debito pubblico (la solita mannaia sventagliata per far ingoiare ai lavoratori tutte le riduzioni al salario sociale) che, peraltro, non è stato mai risanato. Neanche quando siamo entrati nell?area dell?euro. Al massimo si può pretenderne la stabilizzazione!

2) demolire la funzione pubblica della Previdenza a favore di quella privata, costringendo i lavoratori (poichè gli è andata male la partita TFR/silenzio-assenso) ad aderire ai fondi complementari per garantire i fondi di categoria (sindacati) e gli investimenti (banche, assicurazioni, ecc. ecc.).

In questa logica di attacco al salario senza contropartita, si capisce come questa, che è la più grande rapina del secolo (assieme alle privatizzazioni), non possa essere portata avanti senza "concertare" con le parti: quelle sociali che devono sceneggiare una loro "posizione" per garantirsi il consenso dei lavoratori, quelle politiche per garantire la maggioranza, quelle "imprenditoriali" per garantirsi denaro fresco... costringendo i lavoratori (poiché gli è andata male la partita TFR/silenzio-assenso) ad aderire ai fondi complementari per garantire i fondi di categoria (sindacati) e gli investimenti (banche, assicurazioni, ecc. ecc.).

Di qui la sceneggiata del "dibattito" a uso e consumo della disinformazione per l'opinione pubblica su scalone sì, scalone no, anziani contro giovani, operai contro altri lavoratori, uomini contro donne, i colpi di scena, i mal di pancia dell'area governativa e l'invocazione di scioperi generali postumi ... ! RdB ribadisce che una riforma pensionistica ci vuole, ma per restituire ai lavoratori (ai giovani come agli anziani, agli operai come a tutti i lavoratori...) un sistema previdenziale pubblico ed universale, nonché trattamenti pensionistici dignitosi a tutti, come ieri, per oggi e per domani:

In pensione tutti a 35 anni di lavoro o 60 anni di età !

Introduzione di un tetto minimo
per le pensioni più basse e uno massimo per le più alte.

Ripristino del calcolo retributivo per una vera
compatibilità sociale delle pensioni future.

No allo scippo delle liquidazioni !

No allo smantellamento della previdenza Pubblica.


Dopo lo sciopero del 13 luglio scorso, proseguiremo a contrastare questo accordo in autunno e il referendum fra i lavoratori lo faremo in piazza con la mobilitazione.


RdB/CUB Università
Via dell'Aeroporto, 129 - 00175 ROMA tel. 06.762821 fax 06.7628233
www.universita.rdbcub.it
info@universita.rdbcub.it

ridiamo la pensione retributiva agli italiani
martedì, 24 luglio 2007

... email su lavorotradito.it ...


un commento sulle pensioni arrivato su lavorotradito.it

da M.S.: .". ma chi me lo fa fare? In pensione, a questo punto, ci andrò quasi centenaria se aspetto di arrivare a quota "97", perché tra uno scalino e l'altro, o non raggiungo il limite di età o non raggiungo il numero di anni contributivi. A 97 , matematicamente, non ci arriverò MAI! Allora, invece di stare a morire nella Pubblica Amministrazione, in uno dei servizi ministeriali privatizzati ed usuranti a furor di noia e di mobbing da parte dei numerosi capi e capetti "carrieristi" ministeriali. io cinquantenne, in servizio dal 1983, non mi conviene licenziarmi.prima di morire di inedia, di mutui, di finanziamenti, di rate e di carta di credito. prendermi quella miseria di liquidazione ed attendere che a 65 anni mi scatti la Pensione Sociale. che di certo sarà di ben poco inferiore al 60% dello stipendio mensile che mi darebbero come pensione statale? Non è chiaro, forse, che "andare a lavorare" costa quotidianamente qualche cifretta tra mezzi di trasporto, un caffè, la merenda e tutto lo spreco di tempo che non puoi dedicare a seguire le cose di casa, demandandole ad altri "a pagamento"? Largo ai giovani!!!

grazie a La voce di Megaride - foglio meridionalista

ridiamo la pensione retributiva agli italiani

www.lavorotradito.it
firma la petizione online
ridiamo agli italiani la pensione retributiva
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la mia risposta a M.S.


cara M.S. si, Largo ai giovani !!! Purtroppo la politica e i politicanti stanno dimostrando di far finta di non sentire e agiscono contro i giovani. Dal centro destra prima (con gli incentivi a non andare in pensione e la riforma Maroni) al centro sinistra oggi che diluisce lo scalone ma innalza l'eta per la pensione ben oltre la riforma Maroni, la volontà di fare largo ai giovani resta un proclama stantio e ripetuto ma motificato nei fatti. A questo, se aggiungiamo la conservazione di tutte le forme precarie di lavoro senza sicurezze temporali, il cerchio si chiude e conferma una visione subdola che usa le leggi per dare profitto a pochi e togliere compatibilità sociale alla massa. La massa è fatta da lavoratori dipendenti che oggi pagano previdenza ed assistenza a tutto il sistema e contemporaneamente danno, anche grazie alle pensioni dei nonni, un contributo decisivo al mantenimento di varie generazioni di giovani che vanno dai 20 ai 40 (sic.) che quando sono fortunati hanno un misero lavoro a progetto. I diritti fondamentali al reddito, alla casa, alla famiglia, all'acqua, all'energia, etc..., sono la base della compatibilità sociale che significa esistenza indipendente e dignitosa per i cittadini in ogni fase della loro esistenza.
L'ipoteca che si sta mettendo sui lavoratori di oggi e sui giovani di domani, come giustamente hai osservato, pone dei dubbi enormi sul ruolo sociale che ognuno di noi ha. Lavorare per chi e per cosa ? Possibile che lavorare una vita darà diritto ad una pensione paragonabile a quella sociale minima ? Possibile che ci chiedono di usare parte del salario (riducendo così consumi e quindi crescita economica del paese) per darlo a chi investendolo ci promette un pezzettino di pensione in più nella vecchiaia ?
C'è sicuramente qualcosa che non va in questo processo che sposta capitali enormi (frutto di sacrifici e rinunce sempre più emarginanti e mortificanti da parte dei dipendenti) verso l'industria finanziaria che come vediamo, di scandalo in scandalo, coinvolge politica, politici ed affaristi senza scrupoli. Una volta i risparmi e le liquidazioni permettevano un miglioramento delle condizioni economiche per i figli, oggi sono la risorsa per mantenere decentemente se stessi nella parte che tramonta della vita. Cara M.S. queste osservazioni ci preoccupano molto ma allo stesso tempo con campagne mediatiche potenti e distruttive da un lato ci fanno vedere la bella vita milionaria dei calciatori e delle veline, dall'altro ci dicono che per la gente comune il futuro è incerto e quindi bisogna tagliare.
Tagliare, sempre tagliare agli stessi ceti sociali. A mio modesto parere, la corda non si può tirare per troppo tempo. Con la storia delle quote, poi, hanno raggiunto il massimo della sfrontatezza. Se la riforma Maroni aveva innalzato l'età a 60 anni, questo governo con la complicità evidente di CGIL, CISL e UIL, ha diluito lo scalone in pochi scalini che tecnicamente porteranno tutti a poter aspettare solo la pensione di vecchiaia a 65 anni ... Antro che scalone da abbattere, hanno costruito un muro invalicabile. Si entra al lavoro sempre più tardi, hanno cancellato il principio retributivo della pensione come riconoscimento al ruolo sociale fondamentale del lavoro dei cittadini, spremono i giovani mantenendoli sotto continuo ricatto per un lavoro sempre più precario e sempre meno gratificante, ci prendono in giro con le chiacchiere e ci condannano con le leggi che votano compatti (da destra a sinistra) contro la libertà di informazione e contro la legalità vera. Arrendersi ? Mai.
Quello che bisogna combattere è la sfiducia e la solitudine. Gli strumenti e le istituzioni democratiche ci sono e vanno usati. L'informazione, il confronto, il dialogo con il mondo che ci circonda (mariti, mogli, genitori, figli, colleghi, associazioni) può aprirci a forme di organizzazione e rappresentanza che ci devono rendere protagonisti nella nostra piccola vita quotidiana. L'unico vero nemico che legittima le dittature è la paura e l'isolamento. L'unico vero nemico è la rassegnazione. Sono sicuro che altri colleghi di lavoro hanno fatto e faranno le tue stesse osservazioni, anzi ti posso assicurare che sono in tanti a non digerire questa nuova riforma previdenziale. Se tutto ciò che dici è giusto, va manifestato. Non lo puoi fare da sola ma puoi farlo insieme a chi condivide le tue riflessioni.
Più sarà forte la manifestazione del dissenso e più, chi governa, non potrà continuare far finta di non sentire !!!


domenica, 22 luglio 2007

... normale come una banca ...

mutuo
martedì, 17 luglio 2007

... l'insostenibile pesantezza del deficit ...

INTERVENTO DI LUCIANO GALLINO SU LA REPUBBLICA DEL 5 LUGLIO 2007

LETTERA APERTA ALL'INPS SULLE PENSIONI ITALIANE

Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.
Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio.
Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l´insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.
Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d´aver capito lo possiamo riassumere così:
a)     Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti dallo Stato per la cifra che s´è detto e per 1,9 miliardi da altre entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.

b)     Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni.
Anche qui, sulle prime, credevamo d´aver letto male. Il Fpld in senso stretto avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag. 219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5 miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l´Inpdai, l´ex Fondo dirigenti di azienda che quest´anno sarà in rosso per 2,8 miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro.
Il bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3 miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l´entità, in base all´assunto che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.
Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere dei dubbi.
Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile per il bilancio dello Stato.
Però a noi risulta che il totale delle pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias) rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati consolidati, l´11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre 2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell´Inps incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono il Fondo Ferrovie e l´ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento (pag. 61).
A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po´ tanti elementi. Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001 e il 2005.
Riassumendo: delle due l´una. O noi inesperti dei bilanci Inps abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in trepida attesa delle Loro precisazioni.
Oppure dobbiamo concludere che quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati Inps, come dire, con una certa disinvoltura.
Su questo, naturalmente, non ci permettiamo di chiedere un parere all´Inps.

ridiamo la pensione retributiva agli italiani

lavorotradito.it
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la pensione retributiva
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sabato, 07 luglio 2007

seminario sul ciclo dei rifiuti


Enzo Venditto

ricercatore dell'Universita' di Salerno


auto-formazione e approfondimento, propedeutico alla possibilità di agire in modo autonomo, informato e consapevole
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